Ci fu un tocco di campana. A mezzogiorno o poco prima. Quel rintocco risuonò sempre più smorzandosi fino alla risaia dove le mondine proprio allora facevano il trapianto. Si era di maggio.
Levarono il capo rinfilandosi il fazzoletto. Qualcuna se lo aggiustò.
«Sarà ora che facciamo una pausa e ci prendiamo qualcosa» disse la decana.
«Sì, il solito risi e bisi. Quello che si mangia a tutte le ore, anche di notte, se si ha fame» aggiunse una di mezza età.
«Se non c'è altro, si desina con quello che c'è» rimbeccarono in coro le altre.
Il rintocco sembrava oscillare sempre più cupo.
«Vedete là come svolazzano quei corvi. Non mi pare un bel segno» disse la più minuta facendosi schermo con la mano contro la luce che abbacinava.
La più minuta, che era l'unica forestiera, si accollava anche le faccende domestiche nel casale. Il risiere vi risiedeva qualche mese all'anno, soprattutto durante la stagione della raccolta, da settembre alla prima metà di novembre.
Le imposte della casa colonica per il resto dell'anno rimanevano chiuse e solo l'edera verde si abbarbicava allo scarso terriccio per avvinghiarsi fino all'architrave del massiccio portone d'ingresso.
«Quest'anno si farà un bel raccolto ché non è troppo umido per la granella, anche se non si vede ancora. Ma l'almanacco non fallisce mai. Noi si ha in casa tutti gli almanacchi di ogni anno che Dio manda sulla terra» disse sorridendo, appagata per quell'annata che sarebbe stata migliore delle altre.
Si rasciugò gli occhi con la mappula che le cadeva sulle spalle scheletriche. Le altre, anche loro, confidavano nella nuova annata che sarebbe stata migliore non solo per il raccolto ma anche per loro.
Il risiere, quella notte di luna piena, si era addentrato nella boscaglia che contornava le coltivazioni, sempre più a fondo dove la vegetazione inselvatichiva. Quel maggio – solo per quella volta – era tornato per appianare alcune questioni. Ma non aveva lasciato trapelare nulla: con chi, come e perché?
La luna aveva preso un colore quasi rutilante filtrando tra le foglie come grumi di sangue. Scostò la vegetazione che non lasciava intravedere nulla, ma inutilmente.
Rincasò – non era ancora l'alba – alla chetichella, rasentando la parete esterna.
Si barricò in camera, girando la chiave a doppia mandata. Steso sul letto con gli stivali ancora infangati, non chiuse occhio.
«Avete sentito questa notte? Sembrava uno sparo. Si è sentito rimbombare fino agli ultimi cascinali» disse una.
«Sì, ho sentito anch'io, saranno state le tre di notte» rispose un'altra.
Anche la decana aveva sentito, ma non disse nulla.
«Sapete com'è! Da queste parti i cacciatori di frodo fanno la posta e qualche volta di notte fulminano i caprioli, qui ce ne sono molti. Trafugano la preda. Non sarà un caso che le osterie di qua fanno sempre il salmì» sentenziò una terza, quella che sembrava la più giovane.
Tutte annuirono.
«La più minuta non si vede da qualche giorno» disse una sovrappensiero.
«Sarà tornata a casa. Quest'aria non le faceva bene» risposero quasi all'unisono.
La coltura ora brulicava di minuti germogli carnosi che facevano capolino dal velo d'acqua.
I corvi sulla risaia testo di Paulus